Vittorio Barenghi (15 Febbraio 1927 / 15 Agosto 1986)
nasce a Boffalora s/Ticino (MI) sulle rive del Naviglio Grande a poca distanza dal fiume Ticino.

Sin da bambino dimostra una spiccata predisposizione al disegno,
i primi dipinti ad olio risalgono al 1939 (12 anni di età) quando andava a lezione dal pittore/fotografo boffalorese Costantino Garavaglia.
L'intervallo della seconda guerra mondiale lo vede impegnato come giovanissimo e temerario partigiano (15/18 anni) nella compagnia comandata da Giovanni Marcora.
Subito dopo la guerra cerca uno sbocco lavorativo che potesse esprime quello che era il suo talento naturale: trova un posto in uno studio pubblicitario di Passirana di Rho, lo Studio Paglierani Dotti, come grafico cartellonista disegnatore.
Continua lavorando per lo Studio Pubblicitario Biraghi Umberto di Milano, dove stringe una profonda amicizia con il cugino di Biraghi, Leonida a sua volta grafico/pittore/restauratore.
Insieme parteciparono a svariate mostre di pittura, tra le quali nel Dicembre 1953, quella organizzata dal Circolo ZENIT - Milano.
Seguono alcuni anni di attività presso lo studio grafico interno alla societa' EVEREST, all'epoca famosa azienda produttrice di macchine da scrivere.
Dal 1955 inizia a lavorare in proprio, occupandosi di grafica e pubblicità,
fondando lo STUDIO BARENGHI di Legnano (MI),
città in cui visse sino alla sua prematura scomparsa.

   
   

Il ricordo della sorella minore

Vittorio (mio fratello) nato nel 1927 e precisamente il 15 Febbraio.
Questo numero segna diverse ricorrenze nella sua vita, nascita, morte, e per scelta anche il matrimonio che avvenne nel 1955.
Sposò Giovanna, ed ebbero 2 figli,
(che adorava).

Io sono di qualche anno più piccola di lui.
Lo ricordo ragazzo, entusiasta e pieno di voglia di fare; si distingueva dagli altri coetanei per l’interesse verso la natura paesaggistica: portava con sé sempre matite e pennelli e con questi immortalava tutto quanto di bello aveva davanti.
Diceva sempre che dipingendo si riusciva a capire e a farsi capire.
Era di carattere esuberante, allegro, spiritoso, sempre contornato da amici; di marachelle ne aveva combinate parecchie.
Frequentava l’oratorio di Boffalora, paese dove nato e vissuto sino al suo matrimonio, era benvoluto da tutti.
Disponibile nelle manifestazioni sia paesane che parrocchiali, don Peppino (suo coetaneo) e il parroco Don Sironi lo coinvolgevano molto, facendo parte della compagnia teatrale dell’oratorio.
Nel periodo natalizio dipingeva cartelloni per il presepe allestito in chiesa: mi ricordo lo sfondo con alberi, viali e castelli dipinti con colori così naturali da sembrare veri.
Mi commuoveva il cielo stellato stupendamente dipinto.
Ero orgogliosa di avere un fratello come lui.
Mi aiutava sempre nel disegno, quando ero alle elementari mi faceva paesaggi, animali; una volta mi fece un papavero cosi bello che venne esposto, lui usava la punta della matita molto sottile e io ci disegnavo sopra.

Era temerario mio fratello, nulla gli faceva paura.
Mi ricordo la cuccagna che si faceva per la festa del paese (era sempre il primo a salirci): c’era un tronco unto di grasso, in cima il premio, si faceva sia da terra che sul naviglio.
Vittorio era sempre vincitore, arrivava in cima, si voltava verso la folla, sventolava il premio e si tuffava in acqua.
Il motivo per cui dico che non sapeva cosa fosse la paura non è legata a queste piccole cose ma, alla sua entrata a far parte della compagnia partigiana comandata da Giovanni Marcora.
Era un ragazzo non ancora sedicenne pieno di ideali, credeva di salvare la sua Patria.
Non si vide per qualche giorno in casa e i miei erano preoccupati; in seguito fece sapere che faceva la staffetta per vedere gli appostamenti dei tedeschi (dato la sua giovane età non dava nell’occhio) e per portare da mangiare ai partigiani che vivevano nascosti.
Ha rischiato parecchio.
Io non ne so molto, ero solo una bambina di 9 o 10 anni.
Ricordo la costernazione dei miei genitori; in casa si parlava sempre sottovoce per paura.
Avevo visto, nascosti nel nostro fienile, delle munizioni, bombe a mano, fucili ed altro; ne parlai a mia sorella (un poco più grande di me) che mi fece promettere di non farne cenno con nessuno.
Fu un periodo difficile per Vittorio, si trovò coinvolto per legittima difesa nella morte di un soldato tedesco, rimanendo ferito lui stesso; se non ci fosse stato Don Sironi, la sua vita sarebbe finita lì.
Grazie a Dio la guerra finì, ma Vittorio non fu ancora libero di tornare a casa, lo misero di guardia all’accampamento militare tedesco sito in Boffalora ove parecchi partigiani dell'ultimo momento si sono arricchiti.
In quell' accampamento c'era di tutto, anche soldi, ma mio fratello che fece tutto questo per patriottismo non toccò nulla di valore, prese solamente matite e fogli, così da poter disegnare gratuitamente per un pò di tempo.

Dopo la liberazione la vita tornò alla normalità, mio fratello si trovò un lavoro in una ditta a Passirana di Rho.
Faceva il disegnatore, nel frattempo dipingeva e frequentava diversi pittori così da potersi confrontare e capire meglio la pittura.
Partecipò a diverse mostre con successo.
Io l’ho sempre visto con libri in mano, leggeva molto, approfondiva le sue conoscenze scolastiche e studiava arte, avrebbe voluto frequentare una scuola d’arte, ma erano momenti difficili e non fu possibile.
Si sposò e con l’aiuto della moglie si mise in proprio, aprì uno studio di grafica e pubblicità, aveva estro, capacità e molta fantasia.
Divenuto padre, fu molto presente nella vita dei suoi figli.
Si comprò una casa a Legnano, ma la sua Boffalora l’ha sempre avuta nel cuore.

Io con mio fratello ho sempre avuto un ottimo rapporto, aveva il dono di ascoltare, era bello parlare con lui ti dava serenità.
I figli sono diventati grandi e sarebbero subentrati nello studio con lui.
Vittorio era prossimo alla pensione, voleva ritornare a dipingere , visto che per esigenze di vita aveva smesso di farlo.
Non ce l’ha fatta!
Ci lasciò a 59 anni, troppo presto,
aveva tanto ancora da dare a tutti.
E’ tornato nella sua Boffalora.
Ciao Vittorio, ti ho sempre nel cuore.

P. S. Venne riconosciuta la sua partecipazione nei partigiani: Giovanni Marcora gli ha fatto avere il congedo con i gradi di sergente senza fare il militare.

(contributo scritto nel Gennaio 2007)

 

Il ricordo della sorella maggiore

Vittorio , è nato con un dono artistico….
Aveva una facilità nel disegno speciale.
Alle elementari i compagni, quando c’era il compito di disegno, si rivolgevano a lui, così il giorno dopo portavano a scuola un disegno fatto bene, e lui si faceva pagare a.... matite.
A casa nostra sul camino avevamo una caraffa sempre piena di matite colorate.

A proposito del camino, allora l’avevamo tutti e, finito di cucinare si chiudeva con il para camino, che era una specie di pannello su cui Vittorio dipingeva come se fosse un quadro e lo faceva anche per vicini e parenti.

L’ insegnante delle elementari voleva che facesse la scuola artistica, ma in quel tempo di soldi ce n’erano pochi, mamma e papà lo mandarono perciò da alcuni cosiddetti pittori del paese.

Era un entusiasta e un "balos" (più che birichino), ogni tanto veniva a casa nostra qualcuno che si lamentava per le sue birichinate, e allora, prendeva qualche bel "sberlon" (schiaffone) da papà, ma come sempre lui ricominciava.

Intanto continuava a dipingere, faceva le scenografie del teatro dell’oratorio, il fondale del presepe in chiesa, e poi più avanti incominciò a dipingere su tela e tavolette di compensato.
Faceva dei quadri bellissimi, aveva estro.

Partecipava a tutto ciò che veniva organizzato nel paese. Recitava al teatro dell’oratorio, facendo sempre parti da discolo, era molto simpatico.
Dopo la guerra, come scout, andava con i giovani dell’oratorio e il coadiutore Don Peppino, di cui era molto amico, in montagna nei vari rifugi, facendo numerose scalate.

Tra i 15 e i 18 anni partecipò attivamente alla resistenza partigiana.
Boffalora era piena di tedeschi, c’erano i partigiani nascosti nei boschi vicino al fiume Ticino, Vittorio portava loro vivande e altro materiale.

Un giorno mi raccontò, che aveva con sé un sacco di juta che di solito usava per portare a casa l’erba per i conigli, quel giorno, invece, nel sacco c’erano delle bombe a mano e fucili che portava ai partigiani.
Ad un certo punto del sentiero che portava ai boschi, incontrò una ronda di tedeschi in perlustrazione.
Lo fermarono e gli chiesero cosa portasse nel sacco.
Lui tranquillo, appoggiò il sacco a terra e lo aprì dicendo di avere qualche sasso bello del Ticino e, più che altro, dell’erba per i conigli.
Fece infatti vedere l’erba che aveva messo sopra alle armi, i tedeschi visto che era un ragazzo gli credettero e non guardarono dentro.
Così la passò liscia e ci scherzò sopra.

Era un temerario, non aveva paura di nulla.
Mio padre lo sgridava dicendogli che quello che faceva era pericoloso, ma lui replicava che faceva tutto questo per la Patria, lo diceva sempre.

E arrivò anche il momento in cui bisognava guadagnarsi da vivere , andò a lavorare alla S.A.F.F.A., allora uno stabilimento per la produzione di fiammiferi, dove lavorava tutto il circondario di Magenta.
Era un lavoro che però gli andava stretto, lui aveva in mente disegni e dipinti e, così, trovò un lavoro alla Paglierani Dotti, uno studio grafico pubblicitario nei pressi di Rho. Finalmente un lavoro che lo appagava.

(contributo scritto nel Gennaio 2007)